di Paolo Steffan
Questo intervento si prefissa l’obiettivo di parlare di una iconografia di grande importanza, la cui conoscenza è piuttosto rara, causa la rara sopravvivenza di questo tipo di testimonianze pittoriche: si tratta della raffigurazione del “Cristo della Domenica”.
Un immagine che, di norma, si compone di due parti: la figura intera del Cristo posta al centro, più uno sfondo neutro, sul quale si dispongono un gran numero di oggetti o scenette che riconducono all’atto di lavorare (vedi anche le foto).

Foto 1. Cristo della Domenica nel Duomo di Biella (immagine in raccoss.splinder.com)
Tali oggetti si mettono in relazione con la Sacra Figura attraverso un gran numero di ferite da essi inferte al Cristo: il tutto faceva (e, per quel che mi riguarda, fa ancora) da monito, finalizzato al rispetto del terzo comandamento “Ricordati di santificare le feste”.
In una Epistola della Dominica, scritto anonimo pubblicato prima del 1539 in Italia, un angelo ammonisce chi non onora le feste e porta avanti il proprio mestiere anche la domenica, così dicendo: “Io farò tuoni, gragnola e tempesta venire in terra si terribelemente che non fur mai fatte simil a queste“.
Dunque fino al Cinquecento questo tipo iconografico aveva una fortuna piuttosto diffusa, sia in Italia (specie al centro-nord) sia in Europa (Svizzera, Austria, ma anche in Inghilterra e Germania); con il protestantesimo, però, si verificò, per motivi opposti, la perdita della maggior parte degli esistenti, nonché la censura dell’immagine, mai più realizzata: infatti, la chiesa protestante ripudiò ogni tipo di immagine, segnando inequivocabilmente la perdita in toto delle sacre raffigurazioni, mentre la chiesa cattolica, col Concilio di Trento, divenne un’istituzione ancor più rigorosa e restrittiva, così da censurare non solo le più note opere letterarie, ma anche innumerevoli cicli pittorici che non rispondevano più alle esigenze della Controriforma. Tra di esse tutte quelle figure sacre popolari o di dubbia interpretazione, tra le quali c’era il “Cristo della Domenica”.
Così, è grazie a vicende fortunose se ci sono giunte delle testimonianze, tutte ovviamente precedenti agli sconvolgimenti del XVI secolo.
Il “Cristo della Domenica” di San Pietro di Feletto

Foto 2. Il Cristo della Domenica in facciata della pieve di San Pietro di Feletto (Autore: Paolo Steffan)
Per mia (nostra) fortuna, una di queste, del tardo XIV secolo, è in perfetto stato conservativo sotto il portico della facciata della pieve di San Pietro di Feletto, in provincia di Treviso, sui colli a circa dieci chilometri dalla mia Castello Roganzuolo. Un luogo dove in questo 2009 mi sono potuto recare più volte.
All’interno di una semplice cornice rettangolare dipinta, il Cristo si mostra nella sua interezza, a braccia aperte, in posizione statica, vestito da una tunica sacerdotale. La posa del corpo e l’espressione del volto, con lo sguardo rivolto verso destra, trasmettono l’idea della ieraticità e della forza di questo Cristo, che sguarda chi passa sotto l’avvolgente porticato, accingendosi a raggiungere il portale della chiesa o chi semplicemente vi passeggia. Non c’è durezza alcuna né sofferenza nel volto, che è quello di un Cristo già risorto, sul cui corpo si vedono ancora i quattro segni profondi lasciati dai chiodi della croce.
La sofferenza è invece tutta simbolica; il pathos, altrimenti del tutto assente, si coglie nelle pennellate di rosso che congiungono la figura umana del Cristo con gli strumenti da lavoro e le rudimentali scenette che lo circondano, posizionate nel bianco dello sfondo. Il colore rosso, uno dei soli tre colori usati dall’anonimo pittore (il rosa per l’incarnato e l’ocra gialla per veste e oggetti), dà significato alla scena: queste linee rosse che legano immagini sparse alle vesti e al volto insaguinati sono come le frecce del quattrocentesco San Sebastiano della cappella interna alla stessa pieve di Feletto: anzi danno una suggestione forse maggiore, simboleggiando a tutti gli effetti il martirio.
Eppure Cristo era già stato martirizzato sulla croce, cosa appunto ricordata con evidenza anche in questo affresco, dove peraltro la croce appare nell’aureola oltre che nelle stigmate: ecco dunque cosa vuole dire questa immagine a chi non rispetta il precetto di santificare le feste: gli pone di fronte un secondo martirio del Cristo, stavolta causato proprio dalla sua inosservanza, dalla sua lussuria, dalla sua avarizia di ogni giorno. Di chi proprio qui, a San Pietro di Feletto e nelle terre che facevano capo a questa pieve, era un contadino (vedi il rastrello, la forca, la falce ecc.), era un artigiano (vedi il martello, la ruota, le scarpe ecc.), era un locandiere o di esso il cliente (vedi la botte ecc.) , era un barbiere o il vanesio suo cliente (vedi lo specchio, la treccia ecc.) e cosivia. Curiosa, in basso a sinistra (vedi foto 3) la rappresentazione di un talamo coi due coniugi, a far da monito anche a chi intrattenesse relazioni sessuali nel Dies Dominicus.
Importanza e attualità: il caso veneto
L’iconografia che ho sopra descritto è, secondo me, centrale e persino di grande modernità, tanto più se ha luogo nella Marca Trevigiana.
Come sottotitolo del mio blog ho scelto un recente epigramma del poeta Andrea Zanzotto, il quale recita “In questo progresso scorsoio/non so se vengo ingoiato/o se ingoio“, tre versi perfettamente riassuntivi del contemporaneo caos veneto nel quale anche io mi muovo: si tratta di una realtà a tutti gli effetti scaduta culturalmente e nella quale, spesse volte, la qualità della vita non è ottimale, malgrado il diffusissimo benessere. Infatti, per quest’ultimo, ciascuno deve pagare un prezzo salato: rumore, brutture ovunque, nevrosi conseguenti a questi due motivi, nonché dovute alle indispensabili scalate sociali, che corrispondono a un bisogno sempre più viscerale di innalzamento del proprio status sociale: questo significa lavorare anche 7 giorni su 7 per guadagnare incommensurabili quantità pecuniarie da investire allo scopo dello status, in una corsa alla vanità.
Le domeniche di Avvento, il Natale, le domeniche della Quaresima, il Venerdì Santo, la Pasqua ecc. vedono chiese sempre più barricate e piene di allarmi e catenacci, mentre i centri commerciali, le “Stande di ogniddove [sono] sempre aperte, in un ogniddove di giorni sempre uguali: giorni commerciali” (mi cito da un mio poemetto attualmente incompleto).
Questa situazione, per certi versi (compresi i miei versi), è arrivata a un punto estremo, rasente l’implosione sociale e psicologica degli individui, impegnati in una corsa senza freno, autoreferenziale perché senza amore che non sia quello per la corsa stessa, senza anima; impegnati, insomma, nell’inseguire il progresso scorsoio, fattisi essi stessi (i veneti) progresso scorsoio, con la sola ambizione di strozzarsi col loro stesso nodo economico.
Ecco perché viene in aiuto oggi più che mai – a me e a chiunque constati questo stato di cose – il “Cristo della Domenica” di San Pietro di Feletto: più coraggioso di tutti, anche degli imprenditori veneti, martire resistente e ottimista da più di sei secoli, col suo sguardo rivolto verso sud, dove, ad alcuni chilometri c’è la pianura del caos commerciale coneglianese, che trionfa obeso dei suoi profitti, vivendo orgoglioso dei suoi 365 lunedì all’anno.
Quel Cristo, incarnazione stessa della Domenica (come indica sopra di esso la scritta “S[ancta] Dominicha”), si oppone a tutto questo, davanti al paradiso dei colli del Feletto, incorniciati dalle Prealpi, a ricordarci che esiste un altro modello, quello della sostenibilità e – perché no? – della bellezza! A dirci che la domenica va consacrata al riposo e alla contemplazione – anche in una realtà e in un tempo non più cattolici ma laici, come me laicissimi.

Foto 5. Cristo della Domenica di Feletto, particolare con la mano che conta otto denari (Autore: Paolo Steffan)
Allora ci si ricorda di quella mano che conta i denari, ferendo la Domenica: in alto a sinistra nell’affresco della pieve di Feletto, proprio accanto al volto del Cristo, quell’atto pare rivivere potenziato nella nostra realtà scivolosa, dove l’unico appiglio è divenuto il denaro, che domenica scorsa e domenica prossima farà risuonare il suo tintinnio nelle casse di tutta la pianura veneta e, purtroppo, anche qui, sui colli del nostro “Cristo della Domenica” e in quel Quartier del Piave che da qui si scorge…
Approfondimenti
Per approfondire le notizie e i luoghi del “Cristo della Domenica”, suggerisco la facile lettura di due saggi brevi disponibili in rete: quello di Natale Perego e quello di Giancarlo Breccola, nonché la descrizione dell’affresco di San Pietro di Feletto, presente in “La pieve di San Pietro di Feletto e i suoi affreschi” di Giorgio Fossaluzza (pp.18-27), testi che vanno considerati la mia bibliografia essenziale per questo elaborato.
Inoltre, per approfondire il tema della profanazione dei giorni festivi, si veda la mia lettera al Vescovo di Ceneda, cliccando qui.
© Paolo Steffan


Inconsueto e stimolante.
Buon Anno,
molto bello il pezzo, che ne diresti di farne una versione più breve (senza indebolirne il senso), magari limitata alla Pieve di Feletto, così provo a pubblicartela nel nostro sito?
Buon 2010
Marco.
Buon 2010 anche a te e Grazie 1000!!!
Va bene, ci lavorerò sicuramente quanto prima. Poi te la mando per e-mail…
A presto!
L’articolo in “short version” è visibile cliccando qui.
comlimenti marco.MI ha colpito la sensibilità che hai a tale riguardo.Se hai ascoltato il papa domenica scorsa , definiva l’oggi catastrovico non tanto per la distruzione ambientale quanto per quella morale.Cosa assai grave perchè questo
ci porterà alle barbarie. Ti saluto e ci vediamo giovedì sera , se ci sei.
CIAO nando
Buon giorno
sig. Steffan,
complimenti per lo scritto. Il percorso che mi ha portato alla lettura del suo testo parte da Biella e dal Cristo della Domenico, o degli Artigiani o dell’Uomo Paziente. Comunque sia, mi piacerebbe potesse autorizzarmi a citare parti del testo o anche foto, con debita menzione della provenienza, per eventuale utlizzazione nel blog cui collaboro:
http://tracciolinodellospirito.blogspot.com/2010/01/troviamo-al-tracciolino-da-franco.html?zx=85cdfb79587d6a64
La ringrazio con anticipo e Le rinnovo il mio sincero apprezzaamento.
Franco
Ciao complimenti per il pezzo.
Sono rimasta talmente colpita dall’oggetto delpezzo che hai scritto che ancora non avendolo visto mi ha affascinata.
La domanda è una però… è possibile celebrare matrimoni.
In settimana andrò a vedere la zona di di San pietro di Feletto spero di vedere la chiesa sai se ha orari di apertura particolari?
Grazie
Altro articolo interessantissimo, specie per me che sono felettana e da sempre ammiro il Cristo della Domenica della Pieve di San Pietro di Feletto (dove faccio anche percorsi didattici per le scuole).
Oltretutto la Chiesa presenta anche altri tesori, come il ciclo del Credo, per esempio. Ma anche quello strano “collage” che si è venuto a creare, specialmente sulla zona absidale, in seguito al terremoto del 1873, che ha svelato frammenti di afreschi d ben tre epoche diverse.
L’articolo non fa una grinza. Vorrei comunque segnalare, nell’ambito dell’iconografia del Cristo della Domenica, la discussione circa l’appartenza a questa iconografia, di immagini femminili, presenti sopratutto nel Bresciano. Segnalo il Quaderno della Biblioteca di Pisogne “La Madonna dei Mestieri”(2004) e il mio articolo “Il precetto festivo tra Ammonizione e devozione. Il Cristo della Domenica negli affreschi bresciani”, in “Brixia Sacra” anno 2008, n. 3-4 pp. 33-63. Per la questione delle immagini femminili si veda Domenique Rigaux “Le Christ du dimache”, Paris 2005 e in particolare il capitolo “Quand le Christ est une femme”.
Grazie infinitamente per i riferimenti bibliografici, che sapranno essermi utili in occasione di un’eventuale ripresa del tema! Grazie ancora.
Credo che gli occhi del Cristo della Domenica in S. Pietro di Feletto non siano rivolti a SUD ma alla SINISTRA del Cristo stesso, perche’ li’ andranno i dannati il giorno del giudizio!
Gentile Chiara, questo non lo so. Comunque la mia vuol essere una lettura ‘poetica’ alla luce della contemporaneità, non filologica alla luce di teologia e critica d’arte, altrimenti sarebbe venuta meno la mia necessità di quest’articolo. Cordialmente.
la scorsa estate ho visto un bellissimo affrasco dal titolo “i peccati della domenica” a Tesero in Val di Fiemme nella cappella di S.Rocco 1536. Bello condividere.