La poesia come ultima difesa dall’onnipotenza del senso: riflessioni di Cesare Viviani

29 09 2010

di Paolo Steffan

Cesare Viviani a "Pordenonelegge"

Il 19 settembre 2010 il poeta e psicoanalista Cesare Viviani ha fatto un breve ma pregno intervento a Pordenonelegge. Ne vorrei riassumere qui i contenuti, per mezzo degli appunti che mi sono segnato in quell’occasione. Mi sono permesso, tra parentesi, qualche aggiunta mia (segnalata da ndr.), a sostenere l’argomentazione, a precisarla, o a dare spunti di riflessione.

Viviani pone al centro del suo discorso il problema del limite insuperabile, ossia di quella soglia di conoscibilità oltre la quale agli esseri umani non è possibile andare; ma che – gli stessi uomini – cercano continuamente di oltrepassare, nel desiderio di superare il limite, sulla via del raggiungimento dell’onnipotenza.

E questa onnipotenza è ricercata talvolta all’interno di quelle stesse attività della psiche umana che sono il pane quotidiano di Viviani: poesia e psicoanalisi. Tuttavia quest’ultime indagano il tema del limite insuperabile meglio di ogni altra attività: infatti – prendendo in considerazione la psicoanalisi – essa ci consente di fare esperienza di inaccessibilità, per mezzo dello studio dell’irriducibilità dell’inconscio umano, che porta all’accettazione della limitatezza delle capacità dell’uomo.

Questo tema (ndr. anche a mio parere) è ancor più chiaro, se applicato alla poesia: infatti è prerogativa della scrittura poetica, specie di quella contemporanea, il carattere dell’inafferrabilità, la quale pone autore e fruitore davanti a invalicabili limiti di comprensibilità.

Dunque, psicoanalisi e poesia riportano all’ordine del giorno l’esperienza del limite, altrimenti celata dalle sempre maggiori tendenze di mascheramento del limite attraverso l’esercizio dell’onnipotenza (ndr. basti pensare a come si sia fatta estranea alla nostra cultura occidentale la concezione del limite per eccellenza, cioè quello della morte, di come esso sia soppresso, reso estraneo ed eccezionale, quando invece è costitutivo della normalità del ciclo della vita).

Questa esperienza del limite fatta all’interno della vita è una, ormai rara, possibilità per capire quanto il limite insuperabile sia non solo attributo della fine della vita, ma di ogni singolo attimo del vissuto stesso: il limite è presenza costante nella vita umana. La concezione della scissione vita-morte è alla base dell’annullamento della fine, in un’illusione di eterna corsa all’onnipotenza (ndr. ben radicatasi in noi, causa il dominante sistema capitalista-borghese vittorioso nel secolo scorso e, di nuovo, filtrata negli ultimi decenni e oggi attraverso l’impero dei mass-media).

Ecco, dunque, che la poesia (in compagnia della psicoanalisi) riacquista un ruolo fondamentale oggi, proprio in un’epoca in cui pare aver perso gran parte della sua validità e centralità: infatti la poesia annulla, proprio nel suo essere, la presunzione di onnipotenza: con la poesia si arriva nudi davanti alla lettura vera (e, nel caso della psicoanalisi, della vita vera): questa lettura vera (vita vera) è, a tutti gli effetti, onnipresenza di presenza+assenza e di senso+nonsenso. “La parola della poesia dice sé stessa” (cito testualmente Viviani): è dunque inutilizzabile (ndr. cioè non riducibile ai paradigmi dell’utile, di qualcosa che può essere ridotto a mezzo per il conseguimento di finalità, utilitaristicamente) e incatturabile.

Ecco che la poesia viene a mostrarsi così come si mostrano un paesaggio, un quadro, una musica (ndr. ritengo interessante a questo proposito l’osservazione del critico Dario Calimani – estratta anch’essa da alcuni miei appunti – sulla (in-)possibilità di lettura di The Waste Land di T.S. Eliot, le cui modalità di fruizione possono essere associabili a quelle di fruizione di una sinfonia, di una musica, alla stessa maniera in cui si ascolta, ad esempio, una composizione di Schoenberg). Insomma, poesia (e psicoanalisi) come un nome proprio che resiste alla manipolazione, come separazione dal lettore, il quale è sottoposto a una vertigine e al disorientamento.

La poesia e le arti in generale, così, si collocano nel mondo d’oggi come mantenimento del valore di testimonianza di questa esistenza del limite, proprio in un contesto storico e culturale governato dalla facile comprensione (ndr. personalmente il cervello mi connette, nel sentire queste parole, direttamente allo “sputtanamento” della scuola superiore e dell’università nei tempi del berlusconismo, dove lo studio diventa qualche cosa di utilitaristico, veicolo non di complessità, ma di banalizzazione a fini immediati e finalizzati a produttività-consumo); tra analfabeti dei sentimenti e super-esperti di tecnologia, la poesia e l’arte resistono come ultimi portatori della parte negata, del temuto non-senso: che ha lo stesso peso specifico del senso!


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