Nuove proposte di lettura e salvaguardia del paesaggio italiano. I “Luoghi zanzottiani”

4 07 2011

di Paolo Steffan

[Già pubblicato in http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=1039 - testi e immagini sono di proprietà dell'autore: l'utilizzo deve essere sempre richiesto]

Purtroppo questo nuovo millennio pare non essersi aperto all’insegna di una rinascita dell’interesse nei confronti delle forme più alte della letteratura, che non rimangono altro che un godimento, talvolta fine a se stesso, per una sempre minore élite.

Mi riferisco, nella fattispecie, alla poesia, espressione assoluta dell’ingegno umano e fonte – anche laddove essa ricerchi il brutto – di bellezze altrimenti inarrivabili.

Nell’ultimo mezzo secolo, in Europa, c’è senza dubbio un autore le cui opere risultano aver toccato i vertici di questa bellezza straordinaria: si tratta del veneto Andrea Zanzotto, poeta di Pieve di Soligo, nel Quartier del Piave, grande vallata dell’Alta Marca, ai piedi delle Prealpi bellunesi.

Costui – come noto a chi ne conosce, anche vagamente, qualche verso o qualche riflessione – tiene in grande considerazione la varietas – termine che intendo nel significato di varietà-gradazioni (coloristiche e formali del paesaggio solighese) ma anche di incostanza (si pensi alla lingua del poeta o alla poesia meteorologica degli anni novanta) – delle suggestioni provenienti dalle geografie dell’angolo di mondo in cui vive: dal livello superficiale del cambiamento dei colori e dei climi di stagione in stagione, alla complessa indagine in verticale dei diversi strati geologici (del territorio e della lingua).

Di questo ho tentato di occuparmi componendo la mia tesi di laurea (“Un giardino di crode disperse”. “Conglomerati” e conglomerazione nell’ultimo Zanzotto: uno studio di “Addio a Ligonàs”, 2011, Ca’ Foscari, Venezia, relatori: Ricorda, Vallerani), studiando alcuni testi dell’ultima opera di Zanzotto, “Conglomerati” (2009), scoprendo – per quanto in mio potere – etimologie sia linguistiche, sia geografiche, cioè applicando a certi testi che lo consentivano un’etimologia degli sguardi: attraverso l’osservazione (dal vivo e fotografica) delle aree ispirative ed argomentative di una sezione di “Conglomerati”, sono potuto accedere ad un universo che abbraccia, di fatto, una quantità ed una qualità di saperi al di sopra delle mie capacità cognitive e di quelle di ciascuno.

Difficilmente esistono luoghi del sapere che in sé contengono una tale potenza.

Lo scrigno poetico è uno di questi luoghi: e, in particolare, nel momento in cui la vividezza della parola sgorga – con più o meno impeto – dalle viscere della Terra, per mezzo di forze incommensurabili e inconoscibili che – con tutta probabilità – sono le stesse che presiedono alla vita; viscere che si celano all’uomo con la veste variopinta del paesaggio, che, col suo smisurato «donativo», sa fornire al genio dei poeti più grandi gli strumenti per un dettato che tocca le sfere più segrete del bello!

Viaggiare nel mondo poetico zanzottiano è muovere i propri intelletti – magari a profondità differenti – in un mondo geografico/geologico, talvolta viaggiando in parallelo, talvolta intersecandolo. E questo secondo mondo è il paesaggio del Quartier del Piave, comprensivo però anche del Montello, del Collalto, della valle di Revine-Lago, con approdi a Venezia e voli verso le Alpi: ed ecco, dunque, che nasce una nuova maniera di leggere il paesaggio dell’Alta Marca, servendosi di quelli che – in assonanza con la definizione di “Luoghi pasoliniani” – chiamo “Luoghi zanzottiani”, ma che sono qualcosa di più, perché sono una chiave di lettura che va oltre, la quale consente una diversa percezione di intere prospettive come di singolarità: una via di lettura che può sfruttare lo stesso tracciato della via di salvaguardia, in una tutela intelligente del Patrimonio Culturale, che elimina confini ideologici e categorie precostituite e scadute da tempo: infatti, una possibile strada di tutela del patrimonio poetico – e pittorico, cinematografico, ecc. –, progettata e costruita in simbiosi con il paesaggio all’interno del quale, nei secoli, le arti si sono sviluppate dando frutti succosissimi, è forse la più importante infrastruttura di cui abbisogna l’ambiente Italia!

22-4-2011

Di seguito propongo alcune immagini, per la gran parte presenti nella mia tesi, nelle quali sono fotografati i luoghi che hanno ispirato diversi componimenti di “Conglomerati”.

La grande casa Ligonàs a Soligo

Il "Grande Slargo" di Ligonàs invaso dai capannoni. Nel riquadro la casa Ligonàs.

Capannoni, "grulle gru" e viabilità rurale convivono a Ligonàs

Il Quartier del Piave invaso dai capannoni. Dietro i Palù e Col San Martino

I "conglomerati" delle crode del Pedrè

Il campanile di Farrò


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3 risposte

4 08 2011
Camminare Pedalare

io seguirei paolo steffan nel suo camminare lento solitario “denso” (direbbe l’antropologo C. Greertz) alla visione dei luoghi zanzottiani, ma spero di più, in quanto veneta: che il suo studio e la sua proposta diventino un fare poeticopolitico (come direbbero gli antropologi Marcus e Fischer in antropologia come critica culturale, libro a cui sempre mi ispiro), oppure una spedizione eticopoeticopolitica, come disse Joyce Lusso, straordinaria donna scrittrice che dovremmo tutti conoscere. spero cioè che gli amministratori veneti assumano questa esperienza e questo studio e lo traducano in un sano fare ecologico nelle nostre devastate terre. andrea Zanzotto ha soeso la sua vita a sostenere campagne ambientaliste, con psirito critico, e a tentare di salvere pezzi di terra…..
grazie paolo del tuo lavoro, mille complimenti per la tesi.
nadia breda

4 08 2011
steffanpaulus

Cara Nadia,

Alla fine, io scrivo tutto questo e cammino “densamente” in primis perché è ciò che mi viene naturale. Comunico certe cose in certi modi, perché so fare così, e non pretendo che piacciano a nessuno, pur non nascondendo che sarei felice che piacessero a più di qualcuno.
Il ruolo tuo di antropologa – come accennavi ieri sera – è quello di conoscere, osservare e – perché no – applicare, modi di vivere, facendo di tutto per divulgare il migliore, che nella realtà fortemente urbanizzata dei luoghi in cui viviamo può essere quello dell’andare a piedi, in bici, in ogni occasione in cui ciò sia possibile…
Io sono meno socievole come individuo, preferisco vivere un po’ più nascostamente e che davanti, in pubblico, vi sia quanto scrivo, quanto fotografo, quanto disegno. Mi fa infelice che queste ultime cose abbiano una ricettività limitata: ammetto la mia colpa di lavorare su forme e temi che hanno la fama d’essere elitari, ma in realtà, riguardandoci tutti, la loro elitarietà si svela solamente ignoranza e pigrizia di chi dovrebbe essere ricettore del messaggio-forma.
Il problema resta, ci sforzeremo di adeguare i linguaggi (ma senza strozzare le forme), ma lo sforzo deve essere reciproco, anche da parte di una comunità che per ora non ha dimostrato ancora tanta voglia di vivere meglio, vivere nel bello, perché non capisce il bello, il profondo. Questi luoghi legati a Zanzotto sono un caso di questo bello spesso dimenticato, perché incompreso. La mia vita si sprecherà nel tentativo di far comprendere la bellezza a quei pochi salvabili che faticheranno a raggiungerla…

Grazie molte di quanto detto, e a presto rivederci!

17 11 2011
Intorno a una serata sulla poesia di Andrea Zanzotto: parlando, leggendo, guardando « steffanpaulus:::suluapnaffets

[...] neve di metà maggio“; è quanto teorizzo in un mio articolo, leggibile a questo indirizzo: http://steffanpaulus.wordpress.com/2011/07/04/i-luoghi-zanzottiani/, al quale troverete anche alcune foto dei luoghi citati nei versi del poeta di cui, in quella bella [...]

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